
Antonio Giordano
Poche parole, ma sagge. Peppino Pavone apparteneva alla categoria dei
riflessivi, già nell85, quando la sua stagione calcistica savviava al
tramonto e quella dirigenziale cominciava ad albeggiare. Il ritiro di Norcia sera
appena concluso e, mentre si combatteva lafa nascondendosi sotto i portici di Cava
de Tirreni, si scambiavano opinioni. Cera poco di nuovo, in giro: non
resisteva neppure più Corrado Viciani, amabile conversatore e "maestro" non per
definizione ma per dimostrazioni concesse, ad arricchire il calcio di serie C. Era uscito
dal giro e chissà mai perché non rientrava. Gli esteti del calcio serano
eclissati, oppure erano defilati, o, peggio ancora, erano scomparsi. Però cera quel
Licata, che Viciani aveva eletto a piccolo modello un anno prima, che intrigava. Peppino
Pavone laveva avuto lì, a due passi, nel ritiro di Norcia, e memore della solenne
fatica sopportata nella stagione precedente, nelle due sfide che la sua Cavese aveva
sostenuto con il Licata, era andato a verificare. Cera qualcosa di nuovo,
nellaria: perché se Pavone si sbilanciava così tanto, non poteva certo esser colpa
dellafa. Licata fu subito curiosità, per lallora giovane cronista, che di
Peppino Pavone si fidava: pure stavolta, ci aveva preso. Capitò di vederla, quella
squadra, e capitò un colpo di fulmine. Ma poteva essere stata una giornata
occasionalmente di grazia, quel calcio scintillante. Poi venne Foggia, poi venne Parma,
poi venne Messina: poche occasioni per il sottoscritto dincrociare di nuovo Zeman,
prima di ritrovarselo a Foggia, stavolta al fianco di Pavone che intanto, nelle non rare
telefonate, aveva aggiornato lamico giornalista sulle evoluzioni boeme. Anni di
grazia 92-93 e 93-94: il Licata era cresciuto, sera migliorato,
era esaltante, era divenuto Foggia, sera trasformato in Zemanlandia. A memoria,
restano alcune nitide immagini: 1-1 a Genova, contro la Sampdoria, ma poteva finire in
goleada, se non ci fosse stato quello sciupio, 1-0 a Marassi contro il Genoa, 4-4 a
Bergamo, dopo essere stato in svantaggio e dopo aver condotto per 4-1, 1-1 a Milano contro
lInter, impaurito da un palo; poi cè il rischio che la memoria si confonda,
ma cè il 2-1 sulla Juventus di Trapattoni del Foggia rifondato con i Caini e gli
Sciacca i Nicoli e i Bianchini, gente prelevata dalla C o dallInterregionale: la
davano per spacciata, quella squadra, che finì nona. 4-0 alla Lazio di Zoff, 2-2 con il
Milan, Di Biagio che sbaglia il rigore del 2-0 poi segnano Papin e chissà chi, prima del
pari di Seno. La memoria migra allOlimpico, per qualche 4-0 alla Juventus e al
Milan, qualche 8-2 alla Fiorentina, qualche 6-3 alla Sampdoria, qualche 3-1 in casa della
Juventus e letichetta del perdente: non per simpatia, ma per valutazione
personalissima, a quella squadra non assegnammo mai grossi favori, avendo di fronte
avversarie più complete, dovendo competere con società più facoltose. Nessuno è
perfetto e neanche Zeman lo fu, soprattutto quando, encomiabilmente, esibì il suo
sfrenato aziendalismo che a mo di boomerang gli si sarebbe ritorto contro: delle sue
Lazio, e poi delle sue Roma, avrebbe sempre amplificato i meriti, e non per presunzione ma
per garantismo. La società è sacra, anche se poi tesonera. Cè una piccola,
misera, personale storia professionale, fatta di congiunzioni e di coincidenze, che hanno
lasciato germogliare nel sottoscritto una considerevole stima di Zeman. Cè poi un
cordiale rapporto umano, condito da rispetto reciproco, che va avanti ormai da sette-otto
anni. Probabilmente cè una visione della vita e del calcio un po simile
(serve ironia, non è necessario prendersi sul serio ma essere seri, non tutti possono
vincere e per lasciare un segno non è obbligatorio vincere), ma sono chiaramente
sfumature perché a dividerci ci sono poi un po danni (ne ha di più lui),
usi, costumi, abitudini, carattere, vizi e virtù. Non ci separa la concezione del calcio,
non ci separano i due ruoli che spesso sono antitetici: si può essere anche in disaccordo
con lui, è talvolta è successo, ma un integralista ed un giornalista possono
tranquillamente convivere nello stesso pallone. Senza scoppiare.
Antonio Giordano